Cop24 Closing

Il giudizio sugli esiti della COP24 è condizionato dalla prospettiva che si adotta nel formularlo. Come scrisse George Monbiot sul The Guardian all’indomani dell’approvazione dell’Accordo di Parigi, “Rispetto a quello che avrebbe potuto essere, è un miracolo. Rispetto a quello che avrebbe dovuto essere, è un disastro.

L’obiettivo principale dei negoziati è stato infatti raggiunto, nonostante i presupposti non proprio favorevoli e un clima internazionale poco propenso al dialogo multilaterale. I delegati hanno trovato un accordo sul Paris Rulebook, il set di regole di attuazione dell’Accordo di Parigi. Dal 2020 i paesi che hanno ratificato l’accordo saranno sottoposti ad un regime internazionale in base al quale dovranno riportare, ogni due anni a partire dal 2024, i progressi nei rispettivi impegni a tagliare le emissioni di CO2 (le Nationally Determined Contributions presentate a Parigi). Le regole stabilite, pur prevedendo clausole di flessibilità, saranno uguali per tutti gli stati, superando così la divisione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo prevista dall’Accordo di Parigi.

Da un altro punto di vista, è stata invece persa l’occasione per inserire all’interno del Paris Rulebook la revisione al rialzo degli obiettivi di riduzione delle emissioni, che allo stato attuale porterebbero a un aumento della temperatura di oltre 3°C al 2100. In particolare, l’adozione formale del rapporto dell’IPCC pubblicato lo scorso ottobre, che avrebbe implicato il riconoscimento della necessità di aumentare l’ambizione, è stata rimandata alla prossima sessione negoziale. Allo stesso modo, è stata rinviata alla COP25 in programma il prossimo inverno in Cile la decisione su come gestire l’uso di meccanismi di mercato – carbon market o crediti di emissione – per raggiungere parte dei propri obiettivi nazionali.

La COP26 del 2020 sarà un appuntamento cruciale: i paesi che hanno ratificato l’accordo dovranno infatti presentare nuovi target di riduzione delle emissioni al 2030. L’augurio è: 1) che i nuovi impegni al 2030 siano in linea con la traiettoria delineata dal rapporto dell’IPCC (-45% delle emissioni rispetto al 2010) e 2) che la conferenza si possa tenere in Italia (attualmente candidata insieme alla Gran Bretagna) e che, in questa occasione, il nostro Paese riesca a giocare un ruolo da leader che porti alla firma di un accordo finalmente positivo sotto tutti i punti di vista.

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