Rinasce l’Isola di San Giacomo, terminato il Progetto di recupero

L'isola di San Giacomo nella Laguna Nord di Venezia è stata inaugurata il 7 maggio 2026 e ospita anche una nuova sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, istituzione no profit da oltre trent'anni impegnata a favore dell’arte e della cultura contemporanee, fondata e presieduta da mia moglie Patrizia Sandretto, e di cui io sono co-fondatore e vicepresidente. Da decenni l'isola era in uno stato di abbandono e adesso l'abbiamo trasformata in un laboratorio di arte e sostenibilità, rendendola un vero e proprio ecosistema circolare. Dopo anni di lavoro, questa visione è diventata realtà, dando vita a uno spazio di incontro per artisti, studiosi, ricercatori, pubblici dell’arte, cittadine e cittadini. In un contesto in cui molte isole della Laguna hanno progressivamente perso la funzione pubblica, San Giacomo si distingue come un caso virtuoso di recupero ambientale, artistico e culturale.

È un’isola aperta, l’accesso è gratuito e tutti i percorsi e gli ambienti sono stati progettati per essere accessibili anche alle persone con disabilità.

La storia dell’isola di San Giacomo

Nel cuore della Laguna Nord di Venezia, tra Murano e Burano, esiste un’isola dalla forma quasi quadrata che per secoli ha rappresentato via via un luogo di passaggio, accoglienza, spiritualità e difesa. San Giacomo è un frammento di storia lagunare che attraversa quasi mille anni di vicende umane e architettoniche ed è oggi protagonista di una rinascita che rinnova un’identità con radici ben salde nel passato.

In un contesto lagunare solcato fin dal Medioevo dai commerci tra Venezia e l’alto Adriatico, il Doge Orso Partecipazio Badoer nel 1046 concesse l’isola affinché vi fosse edificato un monastero e un hospitale per i pellegrini, un luogo di sosta aperto ai viandanti e ai naviganti che attraversavano la Laguna. Nei secoli successivi, divenne monastero femminile: le monache cistercensi, insediate qui dal 1238 al 1440, bonificarono i terreni, governarono l’acqua, coltivarono la terra e sperimentarono forme di autosufficienza agricola, segnando uno dei periodi di massimo splendore di questo luogo. Dopo il loro abbandono, intorno al 1440, l’isola cambiò ancora funzione, accogliendo prima un lazzaretto temporaneo e poi un insediamento di frati conventuali minori. Una radicale svolta si ebbe con l’arrivo di Napoleone a Venezia nel 1797, data che segna l’inizio della dominazione napoleonica, a cui seguì, nel corso dell’Ottocento, quella austriaca. Sotto Napoleone, il monastero fu demolito e l’isola di San Giacomo venne trasformata in presidio militare, poi passato nel tempo all’esercito italiano. Le architetture religiose lasciarono spazio a polveriere, depositi di armi e strutture difensive. Dopo il 1961, cessato l’uso militare, l’isola entrò in un lungo stato di abbandono: edifici inghiottiti dai rovi, coperture crollate, rifiuti accumulati, un patrimonio storico e ambientale progressivamente dimenticato. Nel 1975, durante la Biennale Teatro, Jerzy Grotowsk aveva scelto questo luogo inselvatichito per preparare e mettere in scena la piéce Apocalypsis cum figuris.

Il Progetto di Recupero

Gli Attori del progetto

Fin dalle primissime fasi, la Soprintendenza di Venezia è stata parte fondamentale del processo progettuale, accompagnando l’intervento con rigore e competenza. Non possiamo che ringraziare gli architetti della Soprintendenza Emanuela Carpani, Anna Chiarelli e Fabrizio Magani, e Maria Rosaria Gargiulo che, come responsabile del procedimento, ha contribuito in modo determinante a far sì che il progetto di recupero e la sua attuazione interpretassero in modo autentico il valore degli edifici napoleonici, tutelandone l’identità senza congelarla, rendendo possibile una trasformazione rispettosa della storia dell’isola.

Anche il Comune di Venezia e la Regione Veneto hanno operato costruttivamente affinché l’iniziativa di recupero potesse essere portata a compimento con successo.

Un team multidisciplinare

Il progetto è il risultato di un lavoro lungo e complesso di una squadra multidisciplinare che ha operato con grande passione e impegno. Il team di Asja, coordinato da Fabio De Nardo, ha avuto il contributo degli architetti Alessandra Raso e Matteo Raso che, in costante dialogo con la Soprintendenza, hanno curato la redazione e l’iter autorizzativo del progetto, e dell’architetto Diego Massaro per le strutture e il coordinamento della sicurezza.

La sostenibilità come stella polare

I primi sopralluoghi sull’isola, compiuti nel 2019, hanno rilevato una situazione di completo degrado. I grandi edifici militari erano invasi dai rovi e dai materiali di crollo accumulati per anni. La scelta più semplice e meno costosa sarebbe stata lo smaltimento integrale. Al contrario, si è perseguita la piena valorizzazione dell’esistente.

I materiali non riutilizzabili derivanti dallo sgombero degli edifici storici sono stati correttamente smaltiti come rifiuti, mentre i materiali compatibili al riutilizzo sono stati recuperati secondo una logica di economia circolare: decine di migliaia di mattoni originali sono stati puliti a mano, uno per uno, e reimpiegati nel restauro conservativo e nelle pavimentazioni dei percorsi pedonali esterni.

In particolare, una prima quota significativa di recupero ha previsto la selezione e la pulizia manuale di circa 30.000 mattoni, un lavoro volutamente non “di convenienza” ma di tutela della memoria. Anche i materiali integrativi sono stati selezionati tra quelli di recupero, provenienti dal territorio dalla Laguna veneta. Una scelta più lenta, complessa e onerosa ma coerente con la visione progettuale volta a preservare il valore storico e ambientale dell’isola e perseguire la massima sostenibilità.

Questo approccio ha consentito anche di rialzare le quote altimetriche dell’isola, tramite il riutilizzo in sito delle terre e rocce da scavo, migliorandone la resilienza rispetto all’acqua alta e mettendo in sicurezza il patrimonio nel lungo periodo, senza consumo di nuove risorse e incrementando la tutela dell’isola e degli interventi futuri. Sono state svolte indagini geologiche e verifiche della composizione del terreno, sia per verificare la consistenza statica in funzione della stabilità degli edifici esistenti e quelli di nuova costruzione, sia in relazione alla compatibilità delle destinazioni d’uso, e, per ogni movimento terra, è stata prevista la sorveglianza archeologica secondo le prescrizioni, a tutela del patrimonio archeologico.

Il restauro

Dal punto di vista architettonico, il restauro ha adottato le soluzioni che maggiormente hanno permesso di preservare la storia e l’estetica delle strutture presenti. Negli edifici storici, la scelta progettuale è stata quella di costruire una “scatola nuova” all’interno delle murature esistenti: strutture completamente indipendenti, fondate su micropali moderni, che preservano le fondazioni storiche su pali in legno e consentono di non gravare sulle strutture originarie, garantendo al contempo elevate prestazioni energetiche.

Questa soluzione ha permesso di conservare integralmente le murature storiche, evitando interventi invasivi e assicurando la massima compatibilità tra nuovo e antico. Le coperture sono state realizzate con materiali tecnologicamente avanzati e ad alta durabilità, mentre l’isolamento degli edifici utilizza componenti ad altissime prestazioni di derivazione aerospaziale, scelti per ridurre i fabbisogni energetici. I serramenti in legno di larice e di castagno, scelte costruttive sostenibili e utilizzate da secoli in tutta la Laguna, completano un intervento che unisce innovazione tecnologica e rispetto profondo per l’identità storica dell’isola.

Energia rinnovabile e uso efficiente dell’acqua

San Giacomo è un’isola realmente “isolata”, cioè non è collegata a reti esterne di elettricità, gas o acqua. L’energia è prodotta oggi al 100% in loco grazie a risorse rinnovabili, attraverso un sistema fotovoltaico integrato nelle architetture, abbinato a sistemi di accumulo e a una gestione intelligente dei consumi.

Pur potendo optare per la realizzazione di un collegamento alla rete tramite infrastrutture subacquee, è stata scelta la via dell’autoproduzione rinnovabile, una soluzione più complessa e onerosa ma coerente appieno con la visione di sostenibilità a 360 gradi che distingue il progetto in ogni sua fase. Tutti gli impianti presenti in isola sono alimentati da energia elettrica autoprodotta. La climatizzazione avviene tramite pompe di calore ad alta efficienza.

È stato inoltre recuperato un pozzo di epoca militare, che intercetta una falda di acqua dolce. La progettazione del verde e delle nuove piantumazioni ha seguito criteri di sostenibilità ambientale e di contenimento dei consumi idrici, attraverso la selezione di specie coerenti con il contesto lagunare.

Manufatti storici: una memoria recuperata

Il progetto ha inoltre recuperato e valorizzato manufatti storici che costituiscono elementi identitari dell’isola, come parte delle mura perimetrali di epoca napoleonica e la vecchia vedetta. Si tratta di segni discreti ma forti che testimoniano la continuità tra la vita passata dell’isola e la sua nuova funzione, rafforzando il legame tra San Giacomo, la Laguna e le comunità che l’hanno attraversata nel tempo.

La tutela delle specie vegetali acquatiche tipiche delle “barene”, elementi cruciali per l’ecosistema, è stata oggetto di indagine da parte di tecnici specializzati che hanno valutato positivamente l’impatto del progetto di recupero rispetto alla preservazione di questa delicatissima e fondamentale biodiversità lagunare. 

Coltivazione, orto e vigna: una continuità con il passato

Tra gli spazi verdi, ha preso vita un orto in cui crescono anche le castraure, mentre nella vigna, tra i pannelli solari dei porticati, è stato recuperato l’uso di uve autoctone storicamente coltivate nella Laguna veneziana, la Malvasia istriana e la Dorona che, secondo tradizione, rimanda alle coltivazioni antiche e, secondo alcune fonti storiche, a varietà apprezzate già in epoca dogale, un gesto di continuità culturale che riafferma il legame tra terra e autosufficienza, in dialogo ideale con l’eredità delle monache cistercensi.