La strada per l'indipendenza energetica

Crisi geopolitica, gas e blocchi autorizzativi: Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asja Energy, spiega come ridurre i consumi fossili nel settore elettrico dell'80% entro il 2030. Anche grazie a una svolta normativa su iter e autorizzazioni.

La transizione energetica, in un contesto internazionale tanto instabile come quello attuale, non è più soltanto una sfida ambientale, ma una questione strategica che intreccia competitività industriale, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia economica dei Paesi.

Uno scenario denso di rischi, ma anche di nuove opportunità, che possono essere colte anche attraverso una serie di misure necessarie, quali, per esempio, la riduzione nel nostro Paese di alcuni ostacoli burocratici che rallentano lo sviluppo degli impianti green. Economy ne ha parlato con Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asja Energy Società Benefit, eccellenza italiana che da oltre trent'anni progetta, costruisce e gestisce impianti per la produzione di energia elettrica da biogas, vento e sole e per la produzione di biometano dai rifiuti, con impianti realizzati anche in Argentina, Brasile e Cina.

Transizione energetica e crisi globale: quali le minacce e le opportunità per il settore?

Le crisi dei combustibili fossili degli ultimi anni hanno chiarito che la transizione è una priorità sia per la sicurezza dei Paesi, sia per la competitività delle imprese. La dipendenza da petrolio e gas non è più sostenibile, soprattutto per l'Italia che acquista dall'estero quasi tre quarti dell'energia che consuma, sostenendo costi e rischi tra i più elevati in Europa.

Per le imprese del settore elettrico, la transizione offre l'unico orizzonte certo e stabile di investimento. Per tutti gli altri settori produttivi, accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, dei sistemi di accumulo e l'elettrificazione dei consumi significa disporre di più energia e a prezzi competitivi e prevedibili, ottenendo maggiore efficienza, benefici di cui gioverebbero anche le famiglie.

La vera minaccia, dunque, è non accelerare. Significherebbe perdere terreno nell'innovazione tecnologica e restare vincolati a una dipendenza energetica che ci espone a vulnerabilità crescenti.

Quale la via d'uscita?

Attualmente, circa il 44% del fabbisogno di energia elettrica è soddisfatto bruciando circa 22 miliardi di metri cubi di gas che equivalgono al 35% dei consumi totali di gas dell'Italia (63,2 miliardi di metri cubi).

Portare le rinnovabili oltre l'80% del mix elettrico al 2030, rispetto all'attuale 41%, sviluppando tecnologie già disponibili e competitive come l'eolico e il fotovoltaico, i sistemi di accumulo e le infrastrutture di rete, ci permetterebbe di ridurre il consumo di gas nel settore elettrico di almeno l'80%.

Per raggiungere questo traguardo occorre installare 20 GW annui di rinnovabili nel periodo 2027-2030, con un mix di sviluppo di nuova potenza di circa 50 e 50 tra eolico e fotovoltaico, due tecnologie complementari. Il fotovoltaico produce prevalentemente di giorno e nei mesi estivi; l'eolico nelle ore notturne e nel semestre invernale. Valorizzare questa complementarità consente di distribuire la produzione in modo più aderente all'andamento della domanda, riducendo gli squilibri e ottimizzando l'uso della rete.

Quali le azioni più urgenti per accelerare la transizione, aumentare l'indipendenza energetica e ridurre i costi?

In Italia migliaia di progetti rinnovabili sono bloccati da iter autorizzativi che si trascinano per anni e che spesso portano a un no ai nuovi impianti.

Sul fronte nazionale, il nodo è rappresentato dai dinieghi ingiustificati del Ministero della Cultura, divenuti ormai prassi, anche per impianti da realizzare in aree in cui la normativa, già particolarmente restrittiva, lo consentirebbe. Per risolvere questo cortocircuito decisionale basterebbe che il parere del MiC fosse vincolante solo nei casi in cui i progetti ricadano in aree dichiarate non idonee. In tutti gli altri casi, il parere rimarrebbe obbligatorio, ma non vincolante.

Sul fronte regionale, il problema è la lentezza con cui le amministrazioni istruiscono le pratiche. Introdurre un termine perentorio di 90 giorni per i procedimenti autorizzativi, con meccanismo di silenzio-assenso in caso di scadenza, consentirebbe di sbloccare centinaia di cantieri. Una misura che non incide sulle verifiche documentali né sulle sospensioni già previste dalla normativa e, soprattutto, non richiede di modificare il Titolo V della Costituzione.

Ciò che Asja Energy Società Benefit fa dimostra che la transizione è possibile...

Siamo nati a Torino più di trent'anni fa e, da allora, produciamo energia elettrica rinnovabile e biometano riducendo le emissioni di CO₂, progettando, costruendo e gestendo impianti in Italia e all'estero.

Una traiettoria che ha portato Asja ad affermarsi, oltre che nel nostro Paese, anche in Argentina, Brasile, Cina e Colombia, dimostrando come la transizione sia, altresì, motore di internazionalizzazione e crescita industriale.

Questo articolo a cura di Vincenzo Petraglia è stato pubblicato su Economy Magazine edizione di Luglio 2026.