Due misure a costo zero per risolvere il caro energia: il mio editoriale su Greenreport
Ogni crisi energetica ci pone la stessa domanda, e ogni volta rispondiamo con misure d'emergenza, lasciando in sospeso le soluzioni strutturali. Dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 alla guerra nel Golfo di oggi, ogni tensione geopolitica si scarica sulle bollette di famiglie e imprese, perché dipendiamo da combustibili fossili che dobbiamo acquistare all'estero.
Da quando, a fine febbraio scorso, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, il prezzo del gas al TTF di Amsterdam è più che raddoppiato, toccando i livelli più alti dal 2022. In Italia, a settembre si sono registrati picchi del prezzo all'ingrosso dell'elettricità anche di oltre 220 €/MWh, record dell'anno e valori più alti dal dicembre 2022.
Per l'intera Europa, ha ricordato la Presidente von der Leyen, dall'inizio del conflitto nel Golfo, i combustibili fossili importati in soli sei mesi sono costati 90 miliardi di euro in più, senza aggiungere energia al sistema.
Per l'Italia il conto è più salato che altrove. Tra le grandi economie europee siamo la più dipendente dalle importazioni: circa tre quarti dell'energia che consumiamo arrivano dall'estero, e il gas da solo vale oltre un terzo delle nostre importazioni energetiche. La BCE ha spiegato perché questo pesa tanto sulle bollette: dove le rinnovabili hanno una quota più alta, come in Spagna, le ore in cui il gas fissa il prezzo dell'elettricità sono poche e in costante calo; in Italia, invece, il gas continua spesso a determinarlo. Per questo ogni rialzo sui mercati internazionali arriva da noi più in fretta e più forte.
Le risposte adottate finora hanno un comune denominatore: non risolvere il problema e, anzi, prolungare la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Il taglio delle accise sui carburanti, costato allo Stato oltre 2 miliardi di euro tra marzo e settembre, la ricerca di nuove forniture di gas all'estero, fino all'accelerazione delle trivellazioni prevista dal recente decreto sui prezzi petroliferi, che non può essere una risposta credibile alla sicurezza energetica.
Secondo l’autorevole think thank Energy Square, di cui sono felice di far parte, anche sommando le riserve certe, probabili e possibili e ipotizzando di estrarle fino in fondo, il gas nazionale coprirebbe appena 15 mesi dei nostri consumi, e il petrolio circa tre anni. Non siamo ricchi di petrolio e gas: per confronto, le sole riserve certe di gas dell'Algeria sono oltre cento volte le nostre.
Non siamo ricchi nemmeno di uranio. Dal 2022 il suo prezzo è più che raddoppiato, passando da circa 43 dollari per libbra all'attuale livello di circa 90 $/lb (settembre 2026).
Scegliere il nucleare significherebbe dipendere interamente dalle importazioni di uranio. Oltre il 40% della produzione mondiale di uranio naturale fa capo al solo Kazakistan, un livello di concentrazione senza eguali tra le fonti energetiche, mentre la Russia controlla circa il 45% della capacità globale di arricchimento, la fase che rende l'uranio utilizzabile come combustibile.
Il nucleare non è economicamente sostenibile. I casi di Flamanville 3 in Francia e Olkiluoto 3 in Finlandia parlano chiaro: circa vent’anni per iniziare a produrre energia e costi finali triplicati o più rispetto alle stime iniziali. Secondo la Corte dei Conti francese, per ripagarsi, Flamanville dovrebbe vendere la sua elettricità fino a 176 €/MWh. In Gran Bretagna, per convincere gli investitori a costruire Hinkley Point C, lo Stato ha dovuto garantire per 35 anni un prezzo che oggi supera 150 €/MWh. E per tutte queste centrali occorrerebbe verificare di quanto sono sottostimati i costi di decommissioning.
In Italia si aggiungerebbe il nodo della localizzazione: dove installare i numerosi Small Modular Reactor (SMR), considerando che da trent'anni non si individua un sito per il deposito nazionale delle scorie, che frattempo abbiamo mandato all’estero (ad esempio, fino al 2040 pagheremo la Francia per “ospitarle”). E, soprattutto, considerando che migliaia di impianti rinnovabili, ben più semplici del nucleare, restano fermi per i vincoli autorizzativi.
C'è anche un limite di mercato. Rigido e poco compatibile con le rinnovabili, il nucleare imporrebbe extracosti rilevanti per mantenere in esercizio centrali destinate spesso a restare inattive. Degli SMR, peraltro, non si conoscono ancora né i tempi né i costi reali. Troppe incognite per affidarvi sicurezza e competitività dell’Italia. Poiché esse dipendono dalla politica energetica, questa non può poggiare su slogan e promesse.
L'approvazione del disegno di legge sul nucleare non è una svolta storica. Promettere risultati che non potranno mai essere verificati entro il proprio mandato governativo equivale a scaricare il problema sui cittadini, che tra vent'anni non sapranno più a chi chiederne conto. Con il serio rischio che, oggi, il nucleare costituisca un alibi per continuare a frenare le rinnovabili a beneficio dei combustibili fossili.
Esiste una leva strutturale per l’indipendenza e la competitività dell’Italia che non costa un euro al bilancio pubblico: sbloccare gli impianti rinnovabili, le energie più competitive al mondo. Sono 146 GW i progetti eolici e solari in attesa di autorizzazione (dato Osservatorio R.E.gions2030). Solare ed eolico producono l'elettricità ai prezzi più competitivi e indipendenti dalle oscillazioni del prezzo del gas, e sfruttano risorse nazionali di cui l'Italia dispone in abbondanza.
A frenarli sono...
Leggi l'articolo completo pubblicato su greenreport.it in data 24 settembre 2026.