Energia, ETS e competitività: perché il DL Bollette non riduce i costi e aumenta i rischi strutturali per l’Italia
Il Decreto-legge Bollette 21/2026 nasce con il condivisibile obiettivo di ridurre il peso delle bollette elettriche ma contiene misure che a fronte di benefici economici temporanei e limitati rischiano di creare effetti strutturali di segno opposto, finendo con l’aumentare non solo i costi per famiglie e imprese, ma anche la dipendenza energetica del Paese.
Ridurre per legge il prezzo del gas è un tentativo di controllare una delle variabili più instabili e fuori dal nostro controllo. Basta un nuovo shock geopolitico – un’interruzione delle forniture, una crisi commerciale, tensioni militari in zone strategiche per l’approvvigionamento di gas – per vedere aumentare il prezzo del gas, vanificando così qualunque eventuale beneficio temporaneo dato delle misure del decreto.
Per ridurre il costo dell’energia elettrica, il decreto trasla alcuni costi relativi al gas, che viene utilizzato per produrre elettricità, sugli oneri di sistema della bolletta elettrica.
Il cuore del provvedimento è il rimborso ai produttori termoelettrici degli oneri di trasporto gas e – previa autorizzazione europea – anche dei costi relativi alle emissioni di CO2 (sistema ETS), rimborso che verrà appunto pagato negli oneri di sistema della bolletta elettrica.
Secondo la Relazione Tecnica che accompagna il decreto, il Governo ha stimato che l’esenzione dell’Ets (art. 6, comma 3) genererà circa 3 miliardi di euro di benefici netti per famiglie e imprese.
Non risulta così ad Aurora Energy Research: dalla loro analisi emerge che il risparmio viene in gran parte riassorbito. Già nel 2028, infatti, circa l’80% del beneficio si perderebbe a causa dell’aumento degli oneri di sistema. Maggiori costi destinati a crescere fino a rischiare di superare negli anni successivi i benefici.
La misura, infatti, altera in modo significativo il funzionamento del mercato. La traslazione dei costi ETS rende artificialmente più conveniente l’energia elettrica prodotta da gas, e, di conseguenza, la produzione termoelettrica aumenterebbe di oltre il 30%. Quindi, non solo lavorerebbero di più gli impianti più emissivi, ma così facendo verrebbe danneggiata la sostenibilità economica dei progetti rinnovabili esistenti e rallenterebbero gli investimenti nello sviluppo delle tecnologie pulite e più competitive, bloccando di fatto la spinta alla transizione energetica. Un circolo vizioso.
L’aspetto climatico non è trascurabile: la maggiore produzione di elettricità da gas comporterebbe un incremento stimato superiore a 10 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, con un aumento dei costi futuri a carico di tutto il sistema Paese.
I prezzi ridotti dell’energia elettrica in Italia potrebbero anche favorire le esportazioni verso Paesi vicini, con il paradosso di trasferire una parte dei benefici fuori dall’Italia, mentre i costi rimangono interamente a carico dei consumatori italiani. Inoltre, la misura italiana ha profili associabili ad aiuti di Stato: il beneficio sarebbe selettivo, cioè limitato ai termoelettrici, che peraltro avrebbero così un’agevolazione rispetto ai competitors europei potendo fare offerte a prezzi minori.
Ridurre il prezzo del gas attraverso sussidi e compensazioni ETS non crea benefici per famiglie e imprese, anzi, sposta su di loro costi e rischi senza risolvere le cause degli alti prezzi, con conseguenze negative per la transizione energetica, gli investimenti e la competitività industriale italiana.
Paradossale è anche che queste agevolazioni al gas non solo debbano essere pagate dalla bolletta elettrica, ma per di più saranno a carico delle famiglie e delle imprese indipendentemente dal tipo di fornitura. E cioè, in fin dei conti, a pagarne i costi saranno anche quelle famiglie e imprese che hanno sottoscritto contratti di fornitura di energia elettrica rinnovabile.
Questa norma sull’ETS è subordinata all’approvazione della Commissione europea. In un recente articolo pubblicato su una testata spagnola di settore, si legge che le banche d'investimento dubitano che l’Europa possa autorizzarla. JP Morgan vede un rischio significativo che non venga approvata perché rappresenta una sfida strutturale all'intera concezione dell’ETS. Per Mediobanca è difficile che arrivi l’ok di Bruxelles, perché "i Paesi europei non possono eliminare unilateralmente i prezzi del carbonio dalle dinamiche di formazione del prezzo dell'elettricità, poiché ciò andrebbe contro la struttura del mercato europeo della generazione”.
150 scienziati ed economisti hanno rivolto una lettera aperta al Governo italiano affinché non indebolisca l’ETS perché “rallentare la decarbonizzazione renderebbe il Paese subalterno alle parti meno innovative dell’industria, con effetti strutturalmente negativi sulla competitività”. “Innovazione e competitività sono oggi indissolubilmente legate alla decarbonizzazione” come ha evidenziato l'economista Carlo Carraro, tra i primi firmatari della lettera insieme al premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi.
Il decreto bollette introduce un meccanismo che non solo scoraggia l’elettrificazione, ma cambia il differenziale competitivo tra fonti fossili e tecnologie rinnovabili.
È un passaggio cruciale. I mercati energetici funzionano attraverso segnali di prezzo che orientano capitale, innovazione e investimenti. Alterare quei segnali significa modificare le traiettorie di sviluppo; verrebbe meno anche lo stimolo per gli operatori a migliorare le prestazioni degli impianti a gas per ridurre le emissioni climalteranti.
In altre parole, questo decreto sembrerebbe basarsi sulla possibilità di un singolo Stato membro di modificare unilateralmente l’architettura del mercato elettrico europeo.
L’European Union Emissions Trading System (EU ETS) è un meccanismo di prezzo che da vent’anni orienta le scelte degli investitori. Il valore della CO₂ è incorporato nei modelli finanziari delle utility, nei business plan dei settori hard-to-abate, nei contratti PPA di lungo termine, nelle valutazioni di fondi infrastrutturali e nelle strategie di decarbonizzazione industriale.
Mentre nel decreto si esenta il gas dai costi dell’ETS traslandoli su famiglie e imprese, il Governo italiano è andato anche oltre, chiedendo la sospensione dell’ETS in attesa della revisione del meccanismo.
E c’è persino chi propone addirittura di eliminare l’ETS: sarebbe doveroso che quanti lo sostengono dicessero anche chiaramente quale modello di sviluppo intendono perseguire.
Mentre nel mondo gli investimenti in tecnologie per la transizione energetica e digitale raggiungono livelli record, scegliere di non penalizzare le emissioni di CO2 va nella direzione opposta.
Le imprese italiane ed europee hanno investito ingenti risorse nella riconversione sostenibile, investimenti che le hanno condotte alla leadership nell’ambito della produzione industriale pulita. L’Italia ha sviluppato eccellenze riconosciute a livello mondiale nella manifattura sostenibile, nell’economia circolare, nelle tecnologie ambientali. Il legame tra innovazione sostenibile e competitività è ampiamente dimostrato dalle evidenze di mercato. Indebolire il quadro regolatorio che ha favorito questo vantaggio competitivo per l’Italia, significa colpire proprio i settori che crescono, esportano e creano occupazione nel Paese, come dimostrano anche tanti studi dell’autorevole Fondazione Symbola.
Intervenire oggi per indebolire o eliminare l’ETS significa alterare ex post le condizioni economiche su cui si sono fondati investimenti già realizzati. Questo è il punto dirimente: non sarebbe solo una modifica prospettica, ma un intervento con gravi e sostanziali effetti retroattivi. Negli ultimi vent’anni, facendo affidamento sul sistema ETS, imprese e investitori hanno destinato risorse alla transizione energetica. Modificare tale sistema, indebolendolo, vuol dire penalizzare investimenti già effettuati.
Peraltro, essendo il prezzo della CO₂ una componente strutturale del costo del capitale nel settore energetico europeo, anche solo l’annuncio di una simile misura, ha notato Goldman Sachs, è stato percepito immediatamente dai mercati come un aumento del rischio Paese.
Ridurre o eliminare il carbon pricing rende più competitive le tecnologie fossili perché le si esenta dai costi delle emissioni di CO2, e prolunga la vita economica di impianti ad alte emissioni e i relativi danni al clima e alla collettività.
Inoltre, l’ETS è un pilastro di finanza pubblica. Attraverso le aste delle quote di CO₂, gli Stati membri ricevono rilevanti risorse che dovrebbero essere destinate a innovazione, riconversione tecnologica e modernizzazione dei sistemi energetici.
Secondo le analisi del think tank ECCO, tra il 2012 e il 2023, le aste ETS hanno garantito al nostro Paese circa 15,6 miliardi di euro di entrate, e solo il 9% di queste risorse è stato effettivamente destinato alle finalità previste, a fronte di un obbligo normativo che prevedeva almeno il 50%. Una parte significativa dei fondi è stata utilizzata per finalità diverse, tra cui il Fondo per l’ammortamento del debito pubblico. Inoltre, una quota consistente delle risorse è stata spesa con ritardi pluriennali, segno di una gestione non sempre coerente con l’urgenza della trasformazione energetica.
La riforma della Direttiva ETS approvata nel 2023 prevede che il 100% dei proventi sia destinato a finalità climatiche e sociali. Tuttavia, l’Italia mantiene ancora l’allocazione del 50% dei proventi ETS al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico. Condivido la necessità sollevata da ECCO di maggiore trasparenza e coerenza da parte del Governo nella gestione di queste risorse.
La competizione globale si gioca sulla capacità di attrarre capitali nell’innovazione tecnologica. Questo decreto aggiunge incertezza ad un sistema che presenta già un elevato rischio geopolitico, essendo l’Italia tra i Paesi con maggiore dipendenza energetica.
Proprio adesso che sta per partire una nuova stagione di aste competitive e si vuole far decollare il mercato dei PPA, col decreto si dà un messaggio deleterio agli investitori nazionali e internazionali: in Italia si può, con un approccio dirigista, alterare le logiche del libero mercato e minare la stabilità delle regole.
Inoltre, per gli impianti rinnovabili che hanno partecipato alle aste e vendono energia a tariffe già significativamente più basse del prezzo di mercato, l’introduzione di una tassazione aggiuntiva (+2% di IRAP) comporta un danno alla sostenibilità economica.
È un problema che si pone anche per i PPA già siglati a condizioni di mercato che verrebbero stravolte dal decreto: l’attivazione delle clausole di “changing law” potrebbe generare rinegoziazioni forzate e, in alcuni casi, contenziosi.
Così facendo, è lo stesso utilizzo dello strumento dei PPA, indispensabili per ridurre e stabilizzare a lungo termine i costi grazie allo sviluppo delle rinnovabili, ad essere messo a rischio, a dispetto degli obiettivi dichiarati.
La via strutturale e più razionale per aumentare la sicurezza energetica e ridurre i costi è accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le uniche risorse energetiche di cui l’Italia dispone in abbondanza e che producono energia a costi inferiori rispetto al gas, garantendo stabilità dei prezzi anche nel lungo periodo.
Leggi l'articolo intero, pubblicato su greenreport.it in data 27 febbraio 2026