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Polveri Eccessive

Il 10 novembre scorso la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia per aver superato “in maniera sistematica e continuata” i valori limite di concentrazione di PM10, sia quelli giornalieri (50 µg/m³ da non eccedere per più di 35 giorni all’anno) sia quelli annuali (40 µg/m³ di media annuale). Le violazioni di questi limiti sono tuttora in corso.

La decisione della Corte rappresenta solo l’ultimo atto di una procedura per inadempimento presentata nel 2014 dalla Commissione europea. Tale procedimento, che può essere proposto qualora uno Stato membro non rispetti gli obblighi stabiliti dalla normativa europea, prevede una lunga fase precontenziosa, durante la quale il paese interessato può rimediare alla propria infrazione o fornire chiarimenti che ne giustifichino l’inadempimento.

I chiarimenti forniti dall’Italia non sono stati ritenuti sufficienti dalla Commissione che nel 2018 ha confermato il ricorso alla Corte di giustizia, poi accolto il 10 novembre scorso. Ora l’Italia dovrà conformarsi “senza indugio” alla sentenza, pena il rischio di essere soggetta a un ulteriore provvedimento e a pene pecuniarie.

L’Italia ha peraltro due ulteriori procedure in corso sulla qualità dell’aria. Una, avviata a inizio novembre, è relativa al superamento dei limiti per il PM2.5 (25 µg/m³ di media annuale); l’altra, iniziata nel 2015 e sulla quale la Corte di giustizia dovrà prossimamente pronunciarsi, si riferisce alle violazioni dei limiti sul biossido di azoto (NO2, con limiti di 200 µg/m³ di media oraria da non superare più di 18 volte l’anno e 40 µg/m³ di media annuale).

Non è certo il rischio di sanzioni a dover ricordare l’urgenza di una strategia per migliorare strutturalmente la qualità dell’aria in Italia. Basti ricordare che ogni anno, secondo l’Air Quality in Europe Report pubblicato annualmente dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, si contano oltre 75.000 decessi prematuri riconducibili all’inquinamento atmosferico.

La presenza di territori le cui caratteristiche topografiche e climatiche favoriscono il ristagno degli agenti inquinanti non può giustificare l’insuccesso delle misure anti-inquinamento, come riconosciuto dalla sentenza della Corte. Questi fattori dovrebbero invece essere tenuti in considerazione nei piani per la qualità dell’aria e portare all’adozione di misure più circostanziate e coraggiose che intervengano su tutti i settori di emissione: edilizia, trasporti, industria, energia e agricoltura.

Per prima cosa, si dovrebbe superare l’incentivazione delle tecnologie meno efficienti e più inquinanti. Allo stesso tempo andrebbero favorite quelle più performanti in termini energetici ed ambientali, anche eliminando gli ostacoli amministrativi e regolatori alla loro diffusione.

Nel settore del riscaldamento è il caso degli impianti di microcogenerazione ad alto rendimento. Questi sistemi, in grado di produrre elettricità e calore ad alta efficienza e con ridotte emissioni inquinanti, possono beneficiare delle detrazioni previste dal Superbonus 110%. Per incrementarne la diffusione basterebbero alcune semplificazioni normative, azioni a costo zero che non comporterebbero minori entrate per lo Stato, anzi contribuirebbero a migliorare la qualità dell’aria e dunque la salute pubblica.

Ad esempio, agli impianti di microcogenerazione andrebbe finalmente concessa la possibilità di realizzare configurazioni di autoconsumo collettivo dell’energia elettrica, anche nella forma di Comunità Energetiche. In questo modo si potrà finalmente realizzare tutto il potenziale di questa tecnologia in termini di aumento dell’efficienza e di riduzione delle emissioni nel settore residenziale.

Questo articolo è stato pubblicato su QualEnergia, numero 5-2020

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