Per sbloccare le rinnovabili bastano solo due modifiche, ne scrivo su La Stampa
Il decreto con nuove semplificazioni annunciato per settembre deve essere la volta buona per liberare dal pantano autorizzativo migliaia di progetti rinnovabili, infrastrutture strategiche - di interesse pubblico prevalente - indispensabili per ridurre e stabilizzare i costi dell'energia.
Il problema è arcinoto. Tra istanza di autorizzazione per un impianto e provvedimento finale passano anni, e troppo spesso l'attesa si risolve in un diniego. Secondo l'Osservatorio R.E.gions 2030, negli ultimi sei anni sono state presentate richieste di autorizzazione per 197 GW tra eolico e solare e appena 36 GW sono stati autorizzati, 15 respinti o archiviati. Restano in attesa 146 GW, tre quarti della potenza complessiva.
Stavolta sbagliare la soluzione non è concesso. Per il caro energia l'Italia intende contrarre circa 14 miliardi di ulteriore debito pubblico. Doveroso realizzare nell’immediato le azioni a costo zero per sviluppare le rinnovabili e abbattere strutturalmente il prezzo dell'energia.
Non serve un Commissario. Concordo con il Ministro Pichetto Fratin: la priorità è rendere più efficaci le procedure esistenti. Nel 2022, con l'emergenza energetica legata alla guerra in Ucraina, avanzai io stesso la proposta di nominare Commissario: allora mancavano tasselli normativi decisivi, che in quattro anni, con fatica, abbiamo costruito. Oggi sarebbe un errore sia ripartire da zero costruendo un nuovo quadro di norme, sia nominare un Commissario, aggiungendo un ulteriore apparato decisionale. Se di Commissari c'è bisogno, si nominino quelli che mancano alla Commissione Tecnica PNRR-PNIEC: nata nel 2021 per accelerare la VIA, è oggi un imbuto che accumula ritardi anche di anni. È sottorganico fin dalla costituzione — cinquanta Commissari contro i settanta previsti, che andrebbero portati ad almeno cento — mentre le imprese pagano anticipatamente gli oneri istruttori, circa 50 milioni l'anno.
Possiamo sciogliere i nodi del permitting, centrale e regionale, con solo due modifiche al Testo Unico FER — il d.lgs. 190/2024.
Sul piano nazionale, i progetti si fermano per i dinieghi discrezionali del MiC, anche là dove la disciplina ne consentirebbe la realizzazione, e persino con parere favorevole del MASE in sede di VIA. È ormai la prassi, il MiC si esprime in senso sfavorevole nell'84% dei casi per l'agrivoltaico, nel 68% per il fotovoltaico, nel 91% per l'eolico (R.E.gions2030).
La soluzione è una modifica all'art. 11-quater: rendere il parere delle Autorità paesaggistiche vincolante per il MASE nelle sole aree dichiarate non idonee, mantenendolo obbligatorio ma non vincolante nelle altre aree. Così, acquisito il giudizio favorevole della Commissione PNRR-PNIEC — che riunisce MiC, Regioni, Province autonome ed esperti delle materie da tutelare — il MASE potrebbe rilasciare la VIA, senza che ogni dissenso col MiC debba risalire fino al Consiglio dei Ministri.
Sul piano regionale pesa la lentezza istruttoria delle Amministrazioni, che moltiplica ritardi e incertezze. Sui tavoli delle Regioni sono fermi 59 GW: 37 hanno seguito fin dall'inizio il percorso regionale del PAUR, 22 GW attendono, dopo la VIA nazionale, l'autorizzazione della Regione mediamente per oltre diciotto mesi, cioè un anno e mezzo dopo che lo Stato ha già detto sì.
Bisognerebbe intervenire sull'art. 9, comma 9, introducendo un termine perentorio di 90 giorni per la chiusura dei procedimenti, con silenzio-assenso alla scadenza. La modifica, da un lato lascia intatti i tempi di verifica documentale e di eventuale sospensione del procedimento, assicurando le funzioni degli Uffici regionali, dall’altro sblocca gli iter senza dover ricentralizzare l'energia in capo allo Stato, scelta che richiederebbe una complessa riforma del Titolo V e aprirebbe uno scontro con le Regioni.
Non un nuovo quadro normativo, né una riforma costituzionale, né un Commissario. Solo due modifiche chirurgiche. Il decreto semplificazioni in arrivo è l'occasione da non perdere per introdurre queste due misure risolutive che non sono una via libera per tutti, ma al contrario permettono di tutelare il paesaggio e le aree di pregio, e garantiscono le prerogative delle Amministrazioni regionali.
Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa l'11 agosto 2026.