Caro bollette, la risposta è nelle rinnovabili

Pareri paesaggistici e ritardi regionali frenano nuovi impianti e investimenti. La proposta di Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asja Energy Società Benefit, per rafforzare l'indipendenza energetica contenendo i costi per lo Stato.

Le crisi geopolitiche riportano il caro energia al centro del dibattito mentre famiglie e imprese continuano a pagare il prezzo della dipendenza italiana dalle importazioni di combustibili fossili.

Una vulnerabilità strutturale che si potrebbe ridurre accelerando lo sviluppo delle rinnovabili, ma che si scontra con ritardi e ostacoli autorizzativi. Secondo l'Osservatorio R.E.gions2030, ci sono 146 GW di progetti colici e solari in attesa di autorizzazione. A livello nazionale, nove progetti eolici su dieci ricevono un parere negativo del Ministero della Cultura anche dopo la valutazione ambientale favorevole della Commissione PNRR PNIEC del Mase, T progetti così vengono deferiti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, secondo stime di ANIE, si trova oggi a dover valutare circa 13 GW. Sul fronte regionale, sono invece 59 i GW bloccati nelle istruttorie, di cui 22 hanno già ottenuto la Valutazione di impatto ambientale (Via) nazionale rilasciata dal Consiglio dei Ministri e aspettano da oltre 18 mesi l'autorizzazione. Per superare lo stallo, potrebbe giocare un ruolo importante l'inserimento nel prossimo DL Imprese di modifiche mirate al Testo unico Fonti energie Rinnovabili (Fer).

Ma quali? Per capire meglio la situazione e gli scenari possibili, abbiamo intervistato Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asia Energy Società Benefit, azienda attiva nella produzione di energia rinnovabile e nella riduzione delle emissioni di CO2, punto di riferimento nel settore.

Perché l'Italia continua a essere così esposta alle crisi energetiche?

Ogni crisi porta con sé il medesimo interrogativo, e finora abbiamo risposto con misure di emergenza, mentre dovremmo dare priorità agli interventi strutturali in grado di rendere il nostro Paese più autonomo per l'energia. Dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 alla guerra in Iran, le tensioni geopolitiche si scaricano sulle bollette perché il sistema italiano dipende dai combustibili fossili che acquistiamo dall'estero. L'Italia importa circa 1'80% dell'energia, principalmente gas e petrolio, che usiamo per i trasporti, il riscaldamento negli edifici, le attività industriali, la produzione di elettricità.

Le risposte adottate finora sono sufficienti?

Serve ancora uno sforzo per aumentare il contributo delle rinnovabili nel mix elettrico per creare risparmi in bolletta, cosa possibile anche con l'attuale meccanismo del prezzo marginale, perché una maggiore produzione rinnovabile ridurrebbe le ore in cui il prezzo è determinato dal gas (che oggi sono circa il 90% delle ore totali). A settembre, il Prezzo Unico Nazionale è stato in media di 207,54 €/MWh. È una vulnerabilità che possiamo superare aumentando la produzione elettrica rinnovahile, il cui prezzo medio nelle ultime aste FER X è stato inferiore a 60 €/ MWh.

Oual è allora la soluzione più concreta per ridurre i costi dell'energia nel nostro Paese?

In primis, sbloccare gli impianti rinnovabili. Solare ed eolico sono tra le fonti più competitive e permettono di produrre elettricità sfruttando risorse nazionali, senza essere esposti agli aumenti del prezzo del gas. L'Osservatorio R.E.gions2030 registra che abbiamo 146 GW di progetti colici c fotovoltaici in attesa di autorizzazione: una capacità potenziale enorme, che potrebbe contribuire a rafforzare l'indipendenza energetica del Paese e a contenere i costi per famiglie e imprese. Il punto è consentire a questi impianti di essere realizzati. Dovremmo anche accelerare l'elettrificazione che consentirebbe di ridurre i costi: un veicolo elettrico è circa tre volte più efficiente di un veicolo termico, e una pompa di calore almeno tre volte più di una caldaia a gas.

Quali sono i principali ostacoli che ne frenano lo sviluppo?

Per sviluppare le rinnovabili dovremmo risolvere due nodi. Il primo è nazionale: nove progetti eolici su dieci ricevono un parere negativo dal Ministero della Cultura, anche dopo un parere ambientale favorevole della Commissione PNRR- PNIEC del Mase, rendendo così necessaria una decisione del Consiglio dei Ministri. II secondo ostacolo è dato dalla durata dei procedimenti a livello regionale, dovuta spesso a strutture burocratiche e organizzative insufficienti. Questi ritardi frenano gli investimenti e impediscono al sistema di beneficiare in tempi ragionevoli di nuova energia rinnovabile. Per aumentare l'elettrificazione dei consumi dovremmo eliminare le distorsioni fiscali che penalizzano l'elettricità rispetto ai combustibili fossili; uno svantaggio che, secondo Energy Square, rischia quasi di vanificare i risparmi del passaggio all'elettrico.

Come si può superare lo stallo senza indebolire la tutela del paesaggio?

Si dovrebbe partire dal rendere più efficace il quadro normativo esistente: basterebbe intervenire su due istituti già previsti dal Testo Unico FER (DLgs 190/2024) in modo da estenderne la loro applicazione, per ottenere l'effetto di una accelerazione certa dei procedimenti. Il primo riguarda il parere paesaggistico del MIC: il suo carattere vincolante dovrebbe essere mantenuto solo per i progetti che interessano aree sottoposte a tutela qualificata, come beni culturali, aree di notevole interesse pubblico, parchi, riserve, zone archeologiche e siti Unesco. Negli altri casi, il MIC continuerebbe a esprimersi, ma il suo parere non dovrebbe essere vincolante per il MASE nel rilascio della valutazione di imp atto ambientale. Concentrare il parere vincolante dove il pregio è certificato significa rafforzare la tutela, anziché indebolirla con dinieghi generalizzati che alimentano il contenzioso.

La seconda misura, invece?

La seconda modifica riguarda il rispetto dei termini del procedimento di competenza regionale. Oggi la norma prevede l'applicazione del silenzio-assenso soltanto per i progetti che abbiano ottenuto la VIA con decisione del Consiglio dei Ministri a composizione del dissenso tra MASE e MIC. Basterebbe estendere l'applicazione di questo istituto anche ai progetti che hanno già ottenuto dal MASE la VfA nazionale, anche con l'assenso del MIC e quindi senza contrasti tra Ministeri. Non ci sono, infatti, ragioni per questa differenza di trattamento. Al contrario, il silenzio-assenso porterebbe ad avere tempi certi nelle Regioni e consentirebbe di concludere "l'ultimo miglio autorizzativo" necessario a costruire gli impianti. D'altra parte, non escluderebbe alcuna tutela ambientale perché, così disciplinato, il silenzio-assenso scatterebbe solo una volta ottenuta la VIA statale. Sarebbe inoltre importante anche una riduzione del termine di conclusione degli iter regionali portandolo a 90 giorni dagli attuali 120. Questa riduzione non comprime alcuna prerogativa delle Regioni che manterrebbero infatti tutti i poteri dì verifica di completezza documentale nonché la facoltà di sospendere eventualmente l'iter o di archiviare le istanze in caso di gravi e insanabili carenze. L'obiettivo, ancora una volta, è ridurre i tempi, non i controlli.

L'inserimento di queste due modifiche nel prossimo DL Imprese cosa potrebbe comportare?

Il DL Imprese è un'occasione da non perdere anche per intervenire, valorizzando le risorse e le opportunità di cui l'Italia già dispone. Queste modifiche normative sono misure a costo zero per ilbilancio pubblico, ma capaci di produrre benefici strutturali con effetti concreti già nel breve periodo. Sbloccare gli impianti rinnovabili significa permettere la realizzazione di nuova capacità produttiva di energia elettrica al minor costo, rafforzare l'indipendenza energetica e offrire a cittadini e imprese una risposta al caro bollette che attendono da anni.

Questo articolo a firma di Vincenzo Petraglia è stato pubblicato su Economy Magazine, edizione di novembre 2026.